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“Le cose fuori del loro stato naturale né vi si adagiano né vi durano” (Giambattista Vico)

Giambattista Vico è il filosofo teorico dei Corsi e Ricorsi Storici che assegna agli avvenimenti una ciclicità in base alla quale si ripropongono nel tempo con le stesse modalità. Che sia per un disegno divino, come egli sosteneva, o per un concetto di memoria verticale e non sequenziale, come afferma un altro filosofo, Bergson, che accorda al presente la stessa validità del passato, certo è che l’Uomo, per dna, ad un certo punto si stufa, tanto della Felicità quanto della Tragedia, sia del Bene che del Male, e sente forte l’istinto al cambiamento. Positivo e negativo sembrerebbero equivalenti.

Ma c’è un discrimine, una sottile differenza fra Bene e Male, quella che fa definire a Vico lo “stato naturale”, ovvero una propensione cosmica, meglio cosmogonica, verso il Bene perché sono inalterabili nel tempo gli istinti primari della conservazione e della riproduzione, cui spesso il Male si oppone in maniera drastica.

Ma siccome la differenza, come detto, è così sottile da rendere anche il migliore degli uomini un reprobo, a seconda dei condizionamenti, l’unico modo per ripristinare l’impulso alla Felicità consiste nell’essere caparbi e importuni, nel pensiero oltre che nell’azione.

Nel Vangelo vi è una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi:  «C’era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno.  In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario. Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno,  poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi».

Quindi trattasi di un concerto di elementi che definisce il circolo vizioso e, quasi consequenzialmente, il circolo virtuoso, alternanza che di recente la Scienza teorizza nei buchi neri e buchi bianchi, rimbalzi a ritroso nel tempo, Vico chiama onda ciclica naturale, il Vangelo importuna insistenza, e lo scrittore Alvaro Mutis  “dovere”, sottolineando la logica impellenza  della Felicità. Concetto questo che viene splendidamente ripreso da Fabrizio De Andrè nel brano “Smisurata preghiera” , a proposito di importunità del Bene come viatico per il suo trionfo.

“..ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti
come una svista
come un’anomalia
come una distrazione
come un dovere.”

Finiranno i tempi della disumanità, del cinismo, dell’orgoglio di distruzione.

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